CAPIRE E GESTIRE LA RABBIA DEL BAMBINO

dott.ssa Viviana Bassan

La parola “aggressività” deriva dal latino ad-gradior: ad = “verso, contro, allo scopo di” e gradior =“vado, procedo, avanzo” e denota un significato positivo della rabbia, se intesa come emozione innata rivolta a proteggere e difendere l’individuo. Esiste anche una forma di rabbia “negativa”, nella misura in cui si manifesta in modo incontrollabile, esplosivo e dannoso per l’individuo, gli altri o le cose. E’ il caso, ad esempio, di quando la rabbia genera violenza, termine che indica un comportamento negativo (non l’emozione) e che si può pertanto imparare e disimparare.
La rabbia come emozione sana persegue i seguenti obiettivi:
- autodifesa - energia per reagire in caso di minaccia alla sopravvivenza/benessere;
- sopravvivenza - espressione di bisogni fondamentali (fame, sonno, dolore…) prima dello sviluppo del linguaggio;
- autoaffermazione – bisogno di affermazione di sé come individuo.
La rabbia, inoltre, è sana ed estemporanea quando:
- è indirizzata alla risoluzione di un problema e non all’obiettivo di ferire o distruggere l’altro;
- c’è un’emozione chiara e distinta (ad es.“Mamma, sono arrabbiato con te perché non mi fai vedere la TV!”);
- c’è un’assenza di desiderio di vendetta, sadismo, premeditazione;
- è delimitata, ovvero le sue manifestazioni non sono croniche;
- viene comunicata e non diventa rancore;
- il pensiero di ciò che ha scatenato la rabbia non diventa un pensiero ossessivo;
- dopo poco tempo, la rabbia sana lascia l’individuo in pace con se stesso e con l’altro.

Ritengo prioritario, però, che prima di confrontarmi con la rabbia dell’altro, dovrei interrogarmi sul rapporto che io ho con la mia rabbia, chiedendomi ad esempio:
- Conosco la mia rabbia?
- Ho avuto il permesso di esprimere la rabbia da bambino? La mia rabbia è stata vista, ascoltata, contenuta?
- Che cosa ho imparato sulla rabbia da bambino?
- Come mi sentivo da bambino quando ero con adulti arrabbiati?
- Come esprimevano la rabbia i miei genitori?
- Quali sono i modi accettabili con cui io esprimo la rabbia? Ricordiamoci sempre che il nostro comportamento funge da
MODELLO per il bambino anche nell’espressione emotiva.
- Come reagisco quando mi arrabbio?

Dopo aver esplorato questa emozione dentro di me, potrei allora mettermi in discussione sul rapporto che io ho con la rabbia dell’altro e chiedermi:
- Che cosa voglio che i miei figli sappiano sulla rabbia?
- Come esprime la rabbia mio figlio?
- Come posso consentire a mio figlio di esprimere la sua rabbia senza farsi o fare del male?
- Cosa sento quando mio figlio manifesta la sua rabbia?
- In quali circostanze è più probabile che mi arrabbi con mio figlio?
- Che cosa faccio per evitare lo scontro quando comincio ad infuriarmi con mio figlio?
- Ci sono espressioni della rabbia che io ritengo più accettabili di altre?
Il problema, quindi, non è la collera in sé, bensì alcuni dei modi in cui si manifesta.

E’ bene anche osservare le molteplici circostanze che stimolano una RISPOSTA rabbiosa: la frustrazione di un piacere annunciato, la limitazione della libertà di azione, un senso di vergogna, una situazione di isolamento o solitudine protratta a lungo oppure, come ho già detto sopra, una situazione di pericolo o di minaccia.
Se però, mi accorgo che un bambino sembra vivere come prigioniero della propria rabbia per la maggior parte del tempo quotidiano e quindi non in relazione ad una situazione specifica, questo tipo di rabbia potrebbe esprimere un disagio più profondo, disagio che necessita di un aiuto di uno psicologo/psicoterapeuta e nei casi più gravi di un intervento da parte delle strutture socio-assistenziali del territorio.
Un disagio così profondo può essere causato da molte circostanze o vissuti:
- vivere con un senso di frustrazione perenne;
- la paura di non essere amato, soprattutto, se non si sente o non viene visto, ascoltato, consolato per lungo tempo;
- una sensazione di abbandono e tradimento che ha origine ad esempio da una situazione di perdita (es. lutto) o di separazione;
- un aspetto depressivo inteso come rabbia rivolta contro il Sé;
- l’attivazione di uno schema relazionale di amore-rifiuto/rifiuto-amore dato dalla presenza di un genitore “ambivalente”;
- la presenza di un genitore sempre arrabbiato, che genera nel bambino un’abitudine a vivere in perenne allerta, in attesa del prossimo scoppio d’ira;
- una difesa emotiva da uno stato di “morte interiore” e di apatia, dato da un vuoto profondo nell’anima (in questo caso spesso siamo di fronte ad un bambino che incorre con frequenza in molti incidenti, es. cadute, contusioni frequenti…);
- e ancora…situazioni di violenza domestica, abuso sessuale, traumi e contesti educativi in cui predominano la vergogna, il disprezzo, la svalutazione.

Nella mia esperienza clinica, ma anche personale, ho notato come il bambino arrabbiato venga spesso considerato un bambino cattivo, degno di punizione. ARRABBIATO PERO’ NON SIGNIFICA CATTIVO!. In realtà, un bambino può anche non aver ancora raggiunto un autocontrollo sulla rabbia perché non ha ancora sviluppato un sistema di moderazione dello stress nel suo cervello superiore (tutti abbiamo un circuito cerebrale della rabbia!); per questo motivo, il bambino, frequentemente, può trovarsi in uno stato di sovra eccitazione corporea, per cui chiedergli di calmarsi, a volte, può essere più dannoso che utile.
A tal proposito, suggerisco di utilizzare espressioni simili a “questa è una cosa cattiva” , che è un’affermazione di impatto completamente diverso da “tu sei cattivo”. Come adulti è opportuno porre una particolare attenzione alle attribuzioni negative, che se ripetute con costanza ed intensità possono nuocere all’autostima e alla percezione di sé del bambino, indirizzarne il comportamento e svalutarne le emozioni.
Ne elenco alcune ad esempio ed ognuna di esse sarebbe degna di un’opportuna analisi:
- Piantala di fare tante storie. Non è importante.
- Non sai essere gentile?
- Per l’amor del cielo, non è mica la fine del mondo.
- Non è vero che odi il tuo fratellino.
- Smettila di piangere o ti faccio piangere per qualcosa.
- Sei ingrato.
- Che cosa ti prende?
- Non fare il bambino.
- Non sei davvero arrabbiato, sei solo stanco.
- Perché devi comportarti così?
- Perché ti comporti da moccioso?
- Sei impossibile!

Per non incorrere in questo atteggiamento negativo e svalutativo, dovremmo ricordare le 4 funzioni regolatrici fondamentali della rabbia, che possono indirizzare il nostro comportamento.
1) SINTONIA: sintonizzarsi con l’emozione del bambino. Rispondere alla rabbia del bambino con un’espressione del viso ferma e decisa, ponendo attenzione alle svalutazioni del linguaggio non verbale: es. mi metto a ridere di fronte ad uno scoppio d’ira… Se il bambino urla, anche il tono della voce dell’adulto deve essere energico (non sussurrare!); il messaggio dovrebbe essere: “percepisco l’entità di ciò che stai provando e non mi spaventa”. Verbalizzare frasi tipo: “sei davvero molto arrabbiato, eh!”; “non sei soltanto un po’ arrabbiato, sei molto, molto arrabbiato!”; “caspita!Sei proprio arrabbiato!”; “ti fanno proprio tanto arrabbiare le nostre regole, eh!”, con un comportamento non verbale congruente.
2) CONVALIDA: convalidare l’emozione che sta sentendo il bambino, aiutandolo a trovare le parole per esprimere ciò che sta sentendo. Il modo di vivere le emozioni può essere simile a quello di un neonato, quindi è inutile, a volte, aspettare da lui le parole che ci spieghino cosa gli sta succedendo. Trovate voi le parole che gli dimostrino che intuite come sta vivendo un determinato evento, tenendo presente che può essere in un modo molto diverso dal vostro!. Non farlo sentire solo mentre esprime la rabbia; in caso contrario, il bambino potrebbe interiorizzare che:“la rabbia mi provoca dolore e solitudine”, “se mi arrabbio, l’altro si allontana” o “è meglio che impari a non esprimere la rabbia”.
3) CONTENIMENTO: aiutare il bambino a contenere le emozioni. Rimanere calmi e forti davanti alla sua rabbia, dargli indicazioni chiare su cosa deve e non deve fare, offrirgli confini netti e definiti nel comportamento da non oltrepassare, aiutarlo a riflettere insieme a voi sulla propria rabbia, condividerla e contenerlo anche fisicamente, se necessario.
4) CONSOLAZIONE E CALMA: consolare e calmare il bambino con un tono di voce morbido e rassicurante ed un tocco fermo e gentile, che permettano di far scendere il livello delle sostanze chimiche dello stress che scorrono nel cervello e nel corpo; coccolarlo con abbracci sicuri e poi riflettere insieme su quanto è avvenuto, con un linguaggio adeguato alla sua età.
Nel caso di rabbia come espressione di un disagio, una terapia psicologica può: garantire al bambino le 4 funzioni regolatrici (il terapeuta funge da regolatore emotivo che si sintonizza, convalida, contiene e calma); sviluppare la capacità di simbolizzare le emozioni con le parole; permettere il passaggio da un’esperienza solo corporea e sensoriale delle emozioni al pensarle e rifletterci sopra; annullare la solitudine.

E’ mia premura, infine, fornirvi alcuni suggerimenti per affrontare la rabbia, ben consapevole che NON ESISTONO REGOLE INFALLIBILI o RICETTE MAGICHE!
1) Distinguere la rabbia sana da quella patologica, osservandone le conseguenze emotive, l’intensità e la frequenza.
2) Ogni famiglia ha le sue regole su quali siano i modi ritenuti accettabili per esternare la rabbia e quali no. In ogni famiglia sarebbe opportuno creare delle alternative come valvole di sfogo accettabili della rabbia (es. “Sputare va bene, ma solo nel lavandino”; “vai nell’angolo della rabbia in camera e prendi a pugni il cuscino…”).
3) Se io adulto sono sul punto di perdere il controllo e sono consapevole che è un mio punto debole, potrei verbalizzare ciò che sento: “sono così furioso con te in questo momento che vado di là” e poi, uscire ed aspettare; in questo modo invio al bambino un messaggio del tipo: “mi prendo una pausa, esercito l’autocontrollo, sottolineo la gravità della situazione” ; una volta rientrato, potrò indicare ciò che mi aspetto dal bambino.
4) Evitare le affermazioni con il pronome “TU”, più efficace usare “IO”. Ad es.“Sono arrabbiatissima perché hai strappato il vestito nuovo!” invia messaggi molto diversi da“Come sei sbadata, rovini sempre le cose più belle”. Altri esempi:
- Adesso ho bisogno di silenzio.
- Non riesco a concentrarmi sulla guida con tutto questo baccano.
- Sono troppo stanco per ascoltarti.
- Sono furibonda perché hai violato le regole.
- Sono arrabbiatissimo!
- In questo momento voglio essere lasciato in pace.
- Non mi piace quando mi insulti in questo modo.
- Non accetto che mi parli con quel tono.
- Non intendo farmi esasperare.
Anche noi adulti abbiamo il diritto di essere arrabbiati!
5) Rimanere nel presente: non rinvangare vecchie storie a partire da un episodio attuale, tipo “goccia che ha fatto traboccare il vaso” .
6) Attenzione alle proiezioni future - attribuzioni negative: “di questo passo non combinerai mai niente”, “non cambierai mai, sei il solito bambino cattivo” .
7) Evitare la violenza fisica: le punizioni corporali sono umilianti.
8) Evitare le minacce inattuabili:“niente giochi per tutto l’anno”, “niente TV fino alla fine della scuola”. Piuttosto, concordare e mantenere una conseguenza negativa dato il comportamento, limitata nel tempo, connessa al tipo di evento e che susciti riflessione e un’emozione nel bambino.
9) Essere concisi e restare in tema: no alle spiegazioni prolisse.
10) Ripetere la regola o la richiesta con fermezza e concisione, senza temere di sembrare un disco rotto.
11) Far disegnare, visualizzare la rabbia.
12) Se necessario, chiedere aiuto ad altre figure di riferimento (es. insegnanti, pediatra, psicologo, psicoterapeuta, neuropsichiatra infantile) e seguire eventuali indicazioni, esprimendo possibili difficoltà con trasparenza ed onestà.
13) Importante!!! Ristabilire i sentimenti positivi appena possibile, dopo che tutti si sono calmati. Che cosa fate per ristabilire i sentimenti positivi dopo un litigio?. Credo fermamente che accettare le scuse del bambino sia importantissimo per ridargli la convinzione della sua bontà e il messaggio di fiducia nel suo cambiamento.

Per concludere, sottolineo che imparare a gestire la rabbia ed incanalare gli impulsi aggressivi in attività costruttive rappresentano delle sfide che durano tutta la vita. L’apprendimento dell’autocontrollo, infatti, è un processo lungo e difficile, facilitato se si insegna al bambino a dare un nome alle emozioni fin dalle prime fasi di vita. E’ opportuno anche ricordare che ognuno di noi, e quindi ogni bambino, ha una specifica soglia di reazione alle minacce e quindi di tolleranza agli stimoli che possono generare una risposta di rabbia.

“Chiunque può adirarsi…questo è facile.
Ma arrabbiarsi con la persona giusta,
nella misura giusta,
nel momento giusto
e nel modo giusto…
questo è tutt’altro che facile”.
(Aristotele)

Bibliografia
A. Marcoli, “Il bambino arrabbiato. Favole per capire le rabbie infantili”, ed. Mondadori
Brazelton T. Berry; J. D. Sparrow, “Il tuo bambino e...l'aggressività. Una guida autorevole per affrontare rabbia e collera”, ed. Cortina Raffaello
M. Sunderland, “Aiutare i bambini... pieni di rabbia o odio - Attività psicoeducative con il supporto di una favola”, ed. Erickson